Startup di successo: il caso Instagram, i 3 consigli utili e il perché in Italia non sarebbe possibile

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Conoscete tutti Instagram? Si tratta di una delle app più popolari per smartphone in grado di applicare dei filtri alle foto che vengono poi inviate sui social media. Un’idea molto semplice, nessun tipo di complessità (almeno nella sostanza delle funzioni). Lo scorso aprile Facebook ha deciso di acquisire Instagram per 1 miliardo di dollari. Una cifra che ha destato scalpore e ha incendiato il dibattito sul ruolo delle startup anche nel nostro paese.

Recentemente i creatori di Instagram sono stati invitati a parlare alla platea di Stanford. Qui il video del loro intervento, utile al nostro scopo perché contiene quello che io ho riassunto nei “3 consigli utili per una startup di successo (+1)”. In realtà spezzeremo l’articolo che state leggendo in tre tronconi, che di fatto potrebbero benissimo rappresentare un articolo a sé stante, ma credo occorra farsi un’idea complessiva del fenomeno Instagram, dei consigli dei loro creatori e dei problemi italiani.

Partiremo perciò proprio da una breve storia di Instagram, passeremo ai consigli che i loro creatori hanno regalato al pubblico di Stanford e successivamente analizzeremo il panorama italiano tentando di capire perché una Instagram italiana… proprio non è possibile farla!

Breve storia di Instagram

Come già detto, Instagram è un app/servizio che permette di applicare dei filtri alle foto da condividere sui social media quali Twitter e Facebook (fra gli altri!). Esistono app sia per iPhone sia per iPad e recentemente è stata rilasciata anche la versione per piattaforma Android.

Instagram

Instagram: l’icona dell’app da 1 miliardo di dollari

La caratteristica di Instagram è il formato quadrato delle foto e solitamente una cornice semplice, anche solo gli angoli smussati.

La startup è stata fondata da Systrom e Krieger, due sviluppatori che hanno scommesso su una idea davvero semplice, quasi banale. Epperò l’idea è stata letteralmente spinta da investitori che hanno creduto nel progetto. Tanto che la prima tranche di finanziamenti è arrivata da Baseline Ventures e non si trattava di una sommetta amatoriale, buona per far contenti i due ragazzi come vedremo a fine articolo.

Se guardiamo alla storia, l’app di Instagram arriva nell’Apple Store nell’ottobre del 2010. Da questa data in poi le statistiche registrano una crescita straripante di download e di utilizzo fino all’aprile 2012 quando Facebook ha pagato 1 miliardo di dollari per acquisire l’intera società.

A pochi giorni dal lancio, e cioè nel dicembre 2010, era stato già raggiunto il milione di utenti registrati. Nel giugno del 2011 gli utenti erano saliti fino a 5 milioni. Due mesi più tardi le statistiche parlavano di qualcosa come 150 milioni di foto pubblicate tramite Instagram. Un successo incredibile, nella semplicità dell’idea, che ha toccato il culmine lo scorso marzo quando i vertici della società hanno comunicato di aver superato i 25 milioni di utenti registrati.

Startup: i 3 consigli utili (+1)

Forse è una moda, una tendenza come siamo soliti lanciarle in Italia per qualunque roba venga portata all’attenzione del pubblico. E’ un po’ il nostro difetto: moda, moda, paroloni, paroloni, e poca sostanza. Sarà pure una moda, come rimproverano in molti, ma se date uno sguardo in giro vi accorgerete che tanta gente in gamba ci sta mettendo testa e cuore per tentare di realizzare la propria idea di business (qualcuno riuscenvodi alla grande). E partiamo proprio dall’idea per approcciare al primo consiglio utile.

Individuare un problema, pensare la soluzione

Come Systrom e Krieger hanno detto a Stanford, non necessariamente occorre trovare l’idea del secolo. E’ un approccio completamente errato perché sembra partire direttamente dalla soluzione. Concentriamoci piuttosto sui problemi, cercando di individuare quello più comune. Possiamo pure cercare di fare una lista dei problemi che abbiamo trovato e per ognuno cerchiamo di proporre una soluzione. Una soluzione che sia semplice, efficace, facilmente usabile. Tre caratteristiche fondamentali. Partiamo dall’ultima, rimanendo in tema di applicazioni e servizi.

Individuare un problema, trovare una soluzione

Individuare un problema, trovare una soluzione

Il facilmente usabile è legato al fatto che un gruppo eterogeneo di persone deve essere in grado di usare la nostra soluzione, in questo caso un’applicazione o un servizio. Per eterogeneo si intende proprio la vastita di tipologie di persone, esperte e meno esperte banalmente, ma non solo. Quelle che possiedono solo un laptop e quell che possiedono uno smartphone, quelle che possiedono iOS o quelle che preferiscono Android, e via così. Il facilmente è giustificato da un semplice assunto: quanto più semplice è un servizio o un’applicazione tanto più l’utente rimarrà fedele a questa, altrimenti sarà costretto a guardare altrove e cioè a una soluzione più semplice. Di converso, tanto meno è la facilità d’uso della nostra soluzione tanto più saranno i concorrenti che proveranno a implementarne una più semplice e attaccarci a livello commerciale.

La soluzione deve essere efficace, nel senso che deve realmente risolvere il problema. In campo commerciale sono diversi e numerosi gli esempi di prodotti lanciati sul mercato e rivelatisi assolutamente inefficaci poiché o non risolvevano il problema, o lo risolvevano parzialmente, o lo risolvevano molto male. In tutti questi casi si parla di inefficacia.

Il terzo e ultimo termine della soluzione potrebbe riferirsi all’implementazione della soluzione stessa. Di fatto esistono tanti problemi per i quali esiste una soluzione teorica, ma la cui complessità è talmente elevata che nessuno l’ha mai implementata.

Una volta trovata la soluzione, o le soluzioni ai diversi problemi, bisogna capire se la soluzione può produrre reali profitti. E come si fa? Per prima cosa occorre una ricerca di mercato per capire, a livello numerico, se esistono persone potenzialmente interessate alla nostra soluzione. Quindi si passa a un’analisi dei competitor: qualcuno ha già pronta una soluzione al problema che vogliamo attaccare? E se sì quali sono i punti deboli e quali i punti di forza? Il caso ideale di un’analisi dei competitor è l’assenza dei competitor. In tal caso saremmo gli unici a proporre una soluzione e questo comporta evidenti vantaggi.

Pratica pratica pratica

Pratica, pratica, pratica

Come a scuola guida, la teoria non basta!

Ok i libri, ok le documentazioni, ma occorre pure tanta pratica e sperimentazione. Tutto su carta non può rimanere. Diciamo che bisogna capire il momento esatto di passare all’azione. Troppo presto può voler dire mettersi al lavoro con una visione d’insieme poco chiara, perfino con un problema da risolvere poco chiaro. Troppo tardi può voler dire di aver perso tempo prezioso per l’ingresso nel mercato e aver ingigantito il problema o la soluzione o entrambi. Quindi bisogna trovare il giusto equilibrio fra lo studio teorico, le ricerche e il codice. Soprattutto in ambito di app e di servizi occorre sporcarsi le mani e provvedere sin da subito a implementare una soluzione. Così si possono capire tanti problemi: abbiamo le competenze necessarie per sviluppare da soli la soluzione? Conosciamo gli strumenti adeguati per sviluppare la migliore soluzione possibile? Quanto tempo occorre per finire il lavoro? Sono tutte intuizioni che nascono solo se ci si sporca le mani.

Qui dobbiamo introdurre qualche elemento di cultura di impresa. Non per forza la prima soluzione sviluppata deve essere quella perfetta, e quasi mai lo è. Potrebbe perfino non corrispondere perfettamente al progetto su carta per tutta una serie di motivi. Detto diversamente: il fallimento in un’operazione del genere non solo è ammesso, talvolta è pure opportuno e propedeutico al successo che verrà in seguito. Propedeutico e opportuno a patto che se ne capiscano realmente i motivi: perché abbiamo fallito? Mancanza di capacità a livello implementativo? Errori nella parte teorica?

Qui abbiamo un primo possibile loop: sviluppare e migliorare, provare, sperimentare il fallimeno, correggere e sviluppare ancora. Probabilmente, e anzi sicuramente, anche a successo ottenuto, questo ciclo di vita del codice non terminerà mai. Ed è giusto che sia così!

Ascoltate gli utenti

L’essere autoreferenziali è probabilmente la prima causa del fallimento. Di fatto chi stabilisce il successo di un’impresa, in buona parte, sono i clienti, gli utenti. Instagram è arrivata al successo perché sempre più utenti hanno scaricato l’app e l’hanno costantemente usata. E come per Instagram e come per altri prodotti, ascoltare l’utente e capire i suoi feedback è sempre buona cosa per correggere la rotta e realizzare la loro piena soddisfazione. In fondo avete lavorato proprio per risolvere il loro problema, e non solo il vostro.

Ascoltare gli utenti

Ascoltare gli utenti è un processo fondamentale per perseguire il successo di un’impresa

Cercate sempre il modo di interagire con gli utenti, di stimolarli a parlare, a lasciare feedback su ogni aspetto della vostra impresa: il supporto, le funzioni offerte, i bug, le funzioni desiderate. Prestate maggior ascolto ai feedback negativi perché sono quelli che dovrete risolvere più in fretta possibile e sappiate adeguare il progetto alle richieste che vi giungono. In giusta dose, ovviamente.

Bisogna volere, fortissimamente volere

Esauriti i tre consigli, eccoci al +1. Più che consiglio è una sorta di filosofia di vita, imprescindibile per un imprenditore o per chi vuole diventarlo.

Come stampato in certi striscioni allo stadio… bisogna volere, fortissimamente volere.

Lavorate sodo alla vostra idea se ne siete realmente convinti. Abbiate il coraggio di sacrifici e di dura dedizione. Siate cocciuti, testardi, siate folli e affamati come diceva Steve Jobs. Probabilmente i risultati potrebbero non essere imminenti (e difficilmente lo saranno, almeno così recita la storia), ma non per questo bisogna demordere. Anzi, occorre rialzarsi da un fallimento e riprovare.

Stay hungry, stay foolish

Stay hungry, stay foolish – cit. Steve Jobs

Purtroppo la cultura italiana forse non aiuta. Il fallimento nel nostro paese è una sorta di marchio a fuoco per i deboli e per i… falliti, appunto. Un termine con una fortissima accezione negativa che forse non dà credito a quello che c’è dietro a un fallimento e a quello che può portare in termini di esperienza e di conoscenze in più.

Perché Instagram non poteva nascere in Italia

Nella storia di Instagram particolarmente fondamentale è stato il venture capital. Ne abbiamo già parlato negli articoli dedicati alle startup. La fase di bootstrap di Instagram è stata permessa, nella sua sostanza, da decine di milioni di dollari saggiamente investiti su questo progetto. Senza questo denaro Instagram sarebbe rimasta una bella idea e niente più!

Soltanto all’inizio dell’avventura sono serviti ben 500 mila dollari fino al raggiungimento di 2 milioni di utenti. Ragioni di infrastruttura principalmente, ma non solo. Poi sono serviti 7 milioni di dollari per il potenziamento della startup e della rete. E infine, poco prima dell’acquisizione da parte di Facebook, un’altra decina di milioni di dollari sono stati versati nelle casse di Instagram.

In Italia tutto ciò sarebbe stato impossibile e adesso vediamo concretamente il perché. Il ragionamento è semplicissimo. Nella nostra penisola le cifre del venture capital investite in startup sono di gran lunga inferiori rispetto agli altri paesi. Per meglio comprendere il problema sarebbe opportuno analizzare in che modo sono stati investiti i soldi in Instagram, ma per ragioni di tempo e di opportunità non mi è stato possibile. Accetto comunque la necessità di quegli investimenti e perciò compariamoli a quelli che si fanno in Italia.

Nella parte finale dell’anno 2011 negli USA sono stati investiti qualcosa come 5 miliardi di dollari. In Italia all’inizio del 2011 le operazioni di finanziamento alle startup hanno sfiorato i 40 milioni di euro. Una cifra semplicemente incommensurabile. Pur mantenendo una sorta di comparazione col numero di imprenditori e aziende che si lanciano sul mercato in USA e in Italia (numeri evidentemente molto diversi).

Successo o fallimento?

La paura del fallimento limita l’ecosistema delle startup in Italia

E guardando agli altri paesi la differenza è ancora evidente. Ancor più evidente se il ragionamento lo si sposta dal lato meramente economico a quello culturale, come accennato poco sopra. Il rapporto che esiste fra le startup negli altri paesi è quasi sempre di tipo collaborativo. Di fatto il mercato viene aggredito con una sorta di patto fra le startup, con alcune che riescono a darsi una mano a vicenda per la sopravvivenza e in svariate maniere. In Italia invece l’atteggiamento è piuttosto difensivo, diffidente e alla lunga risulta non premiante.

La cosa balza subito agli occhi quando leggiamo di cervelli italiani che hanno trovato la loro fortuna solo spostandosi all’estero. Triste, ma i numeri sono evidenti. Solitamente quando questi decidono di abbandonare il nostro paese lo fanno per mancanza di aiuti ricevuti, principalmente economici, e per mancanza di un terreno fertile nel quale maturare. Vanno via, si portano con sé l’idea, la sviluppano (anche non completamente) e poi o procedono con le proprie gambe e vanno incontro ad acquisizione milionarie.

Ricapitolando e concludendo: poco coraggio di lanciare idee in Italia e poco coraggio nel promuovere e sostenere le idee in Italia. Al termine idee dovreste sostituire il termine startup, la sostanza non cambia. Il limite più grosso, da cui deriva la mancanza di coraggio, è proprio la paura del fallimento. Paura che è sana oltre che naturale, ma che dovrebbe essere declinata in ben altro modo rispetto a quello tutto italiano e assolutamente negativo. Si può fallire, anzi il fallimento è probabilmente il risultato a più alta probabilità di successo (scusate il gioco di parole), ma dal fallimento si può ripartire e anzi si dovrebbe ripartire. Solo che la paura limita gli imprenditori, limita pure chi dovrebbe/potrebbe finanziare lo sviluppo delle idee e dunque le idee rimangono tali, inattuate. Tutto è fermo, tutto tace. E buonanotte!

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