Harlem Shake video: esempi e motivi della viralità

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L’Harlem Shake è il fenomeno del momento. Destinato forse a scalzare perfino il Gangnam Style. Un video divertente, ironico, esilarante. Uno sketch virale. Su YouTube è partita la sfida a realizzare quello più sferzante, quello più bello. Prova di questa sfida mondiale e trasversale (visto che in gioco ci sono amatori e perfino grandi brand) il numero di video caricati su YouTube e poi condivisi sui social network.

La storia di Harlem Shake

Tutto nasce il 2 febbraio 2013 quando un blogger carica su YouTube un filmato particolare. Da lì si scatena la corsa alla parodia sulle note di Harlem Shake di Boauer. Il video è semplicissimo da analizzare, proprio perché la sua forza non è il tecnicismo di produzione, ma l’ilarità sprigionata.

Nei primi 15 secondi si assiste a una scena normale, normalissima. Ognuno degli attori in gioco è tranquillamente seduto al suo posto: divano di casa o sedia in ufficio che sia. Uno soltanto è fuori contesto: solitamente un tizio vestito diversamente, con qualche casco improponibile in testa, al centro della sala a ballare. Scaduti i primi 15 secondi, quando la musica si alza e arriva la techno forte… l’ilarità generale. La scena cambia, tutti ora sono intenti a ballare in modo scoordinato e forsennato, tutti vestiti in modo imbarazzante, nella più totale euforia. Ed è già al sedicesimo secondo che scatta nello spettatore l’effetto sorpresa. E una grassa risata nel vedere una scena così diversa da quella iniziale. Con la sfida, magari, di riconoscere chi si è tramutato in cosa.

I motivi del successo

I motivi che spingono a mettere un “mi piace” o a fare un retweet o anche solo a parlarne durante la pausa lavoro sono tanti. Primo fra tutti l’effetto sorpresa che ricerchiamo in colui al quale abbiamo suggerito “guarda un po’ questo video?”. C’è dunque una sana voglia di ridere dietro la condivisione degli Harlem Shake video.

E c’è pure la sfida a volerlo replicare. Non si contano più i caricamenti di video amatoriali su YouTube. Tutti intenti a proporre una propria versione. Tutti alla ricerca di grandi numeri sociali.

Un altro motivo di successo è proprio legato all’amatorialità. L’Harlem Shake lo possono fare davvero tutti. Non servono grandi conoscenze tecniche, non servono nemmeno grossi programmi per realizzarne uno. Basta un po’ di creatività, un piano preciso, l’accesso a qualche costumo improponibile e via davanti la telecamera a scatenarsi.

I grandi brand e l’Harlem Shake: esempi e motivi

Se la bravata di qualche gruppo di amici più spensierato di altri è facilmente capibile, riconducendo il tutto alla voglia di strappare un sorriso, la scelta di un grande brand di proporre un proprio Harlem Shake è tutta da studiare. In realtà i motivi sono semplici.

Un video di un Harlem Shake realizzato da Facebook o Google, da Pepsi o dalla Juventus, ha l’obiettivo di rendere forte un marchio proponendolo in una veste più divertente. E’ la tecnica chiamata gamification: si cerca di toccare le corde del divertimento in ottemperanza alla legge “purché se ne parli”. Vale per Google e per Facebook. Ma vale principalmente per la Pepsi e la Juve.

L’acqua gassata colorata (come ebbe a definirla colui che poi divento Presidente della Apple!!!) ha proposto un semplice ballo fra lattine. Un modo come un altro per pubblicizzare i propri prodotti. Il colosso americano ha giocato sulla rottura dello schema degli attori in gioco. Non più persone, ma direttamente i prodotti e cioè le lattine di Pepsi che al secondo 16 son tutte lì a saltare.

Pepsi Harlem Shake

La Juve ha invece voluto giocare coi suoi tifosi mostrando un lato irriverente dei beniamini. Forte dell’ironia di molti uomini, la società bianconera ha mandato davanti la telecamera, fra gli altri, uno stupendo quanto imbarazzante Pogba in versione Zorro-cecato, un Vidal con la corona, a rompere un momento serio come una conferenza stampa.

Juventus Harlem Shake

Non dimentichiamo intere istituzioni: l’Università della Georgia, un team di nuotatori, perfino l’esercito norvegese.

Harlem Shake dell’esercito norvegese

Le regole alla base della viralità dell’Harlem Shake

Vediamo allora di dedurre le regole di viralità da questi video.

Prima di tutto l’effetto sorpresa, annunciato da chi ci propone il video, è uno dei motivi che ci spinge a guardarlo fino in fondo. Solitamente sono i primi secondi a generare l’effetto sorpreso, in questo caso invece il time point è spostato esattamente a metà video. La lunghezza, che non stanca, di 30 secondi è un altro dei motivi di viralità. E’ una gag veloce e breve, quindi molto efficace.

Un secondo motivo, legato soprattutto ai grandi brand, è la curiosità di capire fino a che punto la marca gioca con la propria storia e con le proprie canoniche regole di serietà. Questo perché un Harlem Shake necessariamente porta a mettersi in gioco rompendo qualche integgerima regola di sobrietà.

Un terzo motivo di viralità è la semplicità di riproduzione: il video non è unico, ma è (anzi: deve essere) riproducibile da chiunque. Questo effetto è un moltiplicatore di viralità ed è per questo che oggi si fa fatica a contarne le versioni. La viralità è dunque del modello, non un singolo e unico video.

E tu? Hai già fatto il tuo Harlem Shake?

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