Twitter e Politica. Il caso Schifani: “Perché ho solo 80 follower?”

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Strumento inefficace o potente veicolo di informazione e consenso? I giudizi sono contrastanti, tranne che con Twitter si parla veramente alla massa e se ben usato si può guidare l’informazione. Almeno a patto di aver ben chiaro l’obiettivo della comunicazione e avere un qualcosa che assomigli a un calendario editoriale di pubblicazione. Ora il problema nella frase precedente e cioè “se ben usato…” è forse riconducibile proprio a quel “ben” che è di difficile interpretazione e spiegazione. Da una parte Grillo e dall’altra il PD; da una parte quel Berlusconi2013 e dall’altra Fare per fermare il declino; da una parte la crescita (e l’esposizione) di Renzi e dall’altra gli 80 follower di Renato Schifani.

Perché ho solo 80 follower?

“Perché ho solo 80 follower?” il tweet di Renato Schifani

Lo ammetto: ho riso, ho riso tanto quando ho visto il tweet di Schifani e non ho resistito alla tentazione di rispondere anche io.

La mia risposta a Renato Schifani

La mia risposta a Renato Schifani

E poi mi sono chiesto se valeva la pena di riflettere un attimo su Twitter, sulla politica e sulla politica su Twitter. Ma sì, ne vale la pena. Non basterebbe un libro forse, per cui privilegiamo la sintesi e andiamo per punti.

Politica e Twitter: obiettivi

I politici che vogliono avvicinarsi a Twitter dovrebbero imparare ad approcciarsi al fenomeno con meno arroganza. Ricordo ancora i casi Gasparri e Barbara D’Urso per non capire che la politica e la TV hanno generato dei mostri. Tant’é: chiediamo quali potrebbero essere gli obiettivi da perseguire per un politico su Twitter.

  • di certo al primo posto, inevitabile e naturale, quello della rappresentanza. Vale quindi lo stesso concetto per i media tradizionali: l’esposizione è l’obiettivo principale;
  • parimenti all’esposizione, forse più importante su Twitter, per la sua natura democratica, vi è una ritrovata vicinanza con l’elettorato. Twitter consiste di un grado di interazione molto alto e questo potrebbe permetter di tornare a un dialogo più naturale, senza il filtro di giornali e TV;
  • e dal dialogo si potrebbe passare alla collaborazione. Il fenomeno M5S ne è un esempio, pur se è da prendere con le molle per certe sfumature paurose. Il concetto che deve passare è che dall’altra parte di Twitter c’è gente che può contribuire ad alimentare attivamente la discussione e tali contributi devono essere valutati e accettati, se è il caso;
  • su/tramite Twitter è possibile operare varie analisi. Il sentiment è misurabile e questo è un dato prezioso per un politico poiché dà un valore alle reazioni del pubblico ai propri messaggi. Una sorta di ROI politico.

Politica e Twitter: uso

E come possono essere raggiunti gli obiettivi sopra menzionati? La risposta è una soltanto: un uso sapiente del mezzo e cioè:

  • Twitter può sostituire un ufficio stampa, grazie all’immediatezza e alla sintesi di comunicazione che sono i perni dell’intera piattaforma;
  • Twitter può contribuire ad alimentare il commentario del politico: annunciare e perfino raccontare i propri interventi in TV e in conferenze stampa e in eventi, in tempo reale e in completa interazione coi followers. Si possono altresì commentare le comparsate di altri politici, o commentare articoli di giornale e servizi televisi. Questo tipo di attività è tanto più proficua e attenta quanto minuziosa (anche dal punto di vista meramente tecnico) è l’opera di monitoraggio delle fonti;
  • Twitter a differenza di altri mezzi di comunicazione tradizionale è di tipo orizzontale, dove cioè l’interazione prevista è molto stretta fra gli interlocutori. E questi interlocutori sono pari fra loro. Non accettare questa base vuol dire non essere accettati. Forse i nostri politici non sono più abituati a simili dialoghi, molto trasparenti e diretti. E’ il caso di Berlusconi che ha sparato meccanicamente un’infinità di tweet soprattutto nell’ultimo periodo, contestualmente alla sua ubiquità televisiva. Questo è il classico uso “a esposizione”: metto presenza, inondo, chissà che qualche messaggio non colpisca l’obiettivo. E tali messaggi si perderebbero effettivamente nel mare di tweet se non fosse che si realizza uno strano cortocircuito con la carta stampata che riprende i tweet dei politici e li rilancia. Ma è un rilancio debole. Quanti dei tweet dei politici generano davvero engagement, quanti cioè sono portatori di dialogo? Un dialogo che sia costruttivo?
  • rifiiutando il mezzo Twitter nella sua natura espressamente dialogica, molta politica usa l’uccellino del web per continuare l’opera di autopromozione che monopolizza i canali tradizionali quali quotidiani e TV. Viceversa, molti politici hanno cominciato a usare Twitter per raccontare la propria attività: leggi votate, appuntamenti, azioni. Quasi uno storytelling personale, di fatto la cura del personal branding. Pensate all’hashtag #opencamera. Questa potrebbe essere a mio avviso la modalità d’uso più interessante da qui in avanti. Anzi questo potrebbe giovare al politico perché accorcerebbe, a mio avviso, la distanza fra il cittadino e il suo rappresentante.

Politica e Twitter: rischi

Se non usati correttamente gli account dei social media rischiano di trasformarsi in veri boomerang.

  • la rete, specialmente in Italia oserei dire, tende a enfatizzare maggiormente gli aspetti negativi rispetto a quelli positivi. Il che espone a giudizi anche pericolosi. Di converso, serve coraggio per affrontare simili giudizi. Coraggio misto a sapienza e quindi torniamo ai valori del punto precedente, che devono essere sorretti da una base di credibilità;
  • uno dei rischi maggiori è quello di misurare i social media con il metro col quale si è soliti misurare la TV. Questo è sbagliato, di per sé assurdo e, per di più, produce autentici mostri e mostruosità. Da qui il grido di dolore “perché ho solo 80 follower?”. Da qui lo strano concetto che “ho 1000 follower, dunque valgo”, che è un po’ il concetto nel quale è caduto vittima Gasparri che soleva insultare chi gli poneva domande via Twitter e li apostrofava contando il loro numero di follower. Questo ha innescato reazioni anche violente, ma in parte giustificate: perché ho pochi follower, da cittadino, non devo essere ascoltato? Che, se volete, è il problema di tutta la politica così intrisa di giochi di classe, lobbistici e circoscritti ai soliti furboni;
  • come corollario al punto precedente, l’abuso di Twitter (cioè delle sue regole) porta inevitabilmente a guerre, a pesanti scambi di battute, a una ingestibilità della comunicazione. Colpa dell’educazione in certi casi, dell’abuso vero e proprio di arroganza in altri casi.

Considerazioni finali

La Rete è conversazione, è informazione. La Rete è fatta di persone e può rappresentare quasi simmetricamente l’umore della società, il suo interesse, i suoi più profondi desideri, i suoi più perfidi progetti. Twitter fa parte della Rete e la sua storia praticamente potrebbe essere descritta proprio con la frase precedente. Non è assolutamente un gioco. Non è un assurdo quanto banale gioco fra il vecchio media e il nuovo media. La Rete non è fatta per far parlare e basta, perché la Rete impone di parlare e produrre: produrre contenuto, contenuto utile, altrimenti va in cortocircuito e non si comunica più. Si cinguetta nel nulla e nel nulla si rimane fortunatamente.

Oggi Schifani sarà molto contento. Twitta che è un piacere e ha superato i 700 follower. Manca poco e può fondare il suo di partito.

Fonti utili:

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