Coglioni, cogliuni e coglialtri: la campagna creativa della creatività

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Non sono un creativo. Non sono un genio. Sono solo uno che ricerca il divertimento nella passione profusa in ore e ore di lavoro, tentando di contribuire significativamente in tutto ciò che faccio. Per me, per gli altri, per le aziende, per i progetti. E già così mi basto.

Sono però un freelance. Sono però un piccolo imprenditore. La battaglia #coglioneNO mi ha subito dato fastidio, anche se il contenuto, al netto di tutto, racconta la verità dello stato dell’arte dei rapporti fra freelance, mondo digitale e aziende committenti.

Questa è solo la versione più pacata e pubblicabile del mio ragionamento.

Un po’ di pazienza, solo un po’ di pazienza nella lettura.

Il senso della campagna #coglioneNO

Il senso della campagna è corretto: non tutti i giovani sono rincoglioniti e, di certo, non possono essere così facilmente sfruttabili, anche mascherando il tutto dietro parole quali stage, prove, provini, test, “intanto ti fai le ossa”, “così guadagni visibilità” eccetera, eccetera. Il lavoro si paga.

Divertirsi lavorando, o lavorando divertendosi è un po’ quanto ricerco quotidianamente. Aggiungo: non c’è più bella cosa. Non senti la fatica, vorresti allugnare il giorno, fatichi pure ad andar via dall’ufficio e per questo trovi nei pub e nei bar nuove occasioni per continuare a parlare di lavoro, di idee, di progetti, trascinandovi quanti avevi mollato in ufficio. Vivo in questo mondo da molti mesi ormai.

Lavoro è fatica. Il binomio arriva dalla concezione cristiana del mondo. E’ corretto. Terribilmente corretto. Anche perché è la fatica che ti fa apprezzare i piccoli successi personali, anche parziali. Quelli che ti mandano a letto col sorriso, con la voglia di svegliarsi subito e ricominciare un’altra giornata di lavoro.

Il divertimento è comunque insufficiente per campare. Faccio tutto per guadagnare. Un po’ come tutti, mi immagino. Se lavoro e mi diverto, questa non è una colpa, né una giustificazione per non essere giustamente pagato. E quindi #coglioneNO.

Ma nemmeno #CreativoPerForza.

La dignità del lavoro: creativo e non

I lavori creativi hanno grande dignità. Perché, gli altri lavori non hanno dignità?

Eppure qualcuno comincia a pensarla proprio così. Il che mi disturba, e non poco. Ogni lavoro, se svolto con passione e con dedizione, è creativo di per sé e dignitoso.

Questo fatto di voler, a tutti i costi, ergersi a portare sano di creatività è una gran bufala. Accentuata dal potere rincoglionente dei social network (non dei social media). Accentuata da quel morboso senso di necessità di “trova il guru che è in lui”.

Roba da personal branding, roba da Wanna Marchi della creatività, fra corsi, webinar e quanto altro che hanno ammaliato e raccontano scenari eccessivamente facili e semplici: la realtà è più dura, la realtà è ben altra cosa.

Il problema azienda: non capisco, non pago

Fra mito e realtà. Fra vittimismo cronico e inculatori di professione. Da una parte e dall’altra, per carità.

Il punto è che tante aziende tendono a ragionare in questo modo: non capisco la creatività, non ho competenze per giudicare il lavoro che mi stai facendo, spesso non so perché te l’ho richiesto, quindi… non pago. In pratica, una terribile mancanza del committente, la sua spregiudicata inadeguatezza, diventa pretesto per scatenare la battaglia #coglioneNO. D’altra parte, si potrebbe rispondere con #pagatoSI.

Di fondo, c’è una inopinabile questione: un lavoro creativo è difficilmente misurabile, in tanti casi. Ciò che non è misurabile si vende con estrema difficoltà; di converso, si compra con estrema riluttanza e malvolentieri.

Troppo avanti i creativi? O troppo indietro i non creativi?

La mia piccolissima esperienza mi ha messo di fronte a gente disposta ad ascoltare, disposta cioè a rimettersi in gioco accendendo il cervello, e gente immobilizzata, quasi impaurita, e incapace di allinearsi ai cambiamenti di un mondo che, adesso, corre veloce.

“Sfruttiamo WordPress, usiamo i Social Media perché non abbiamo budget”. Se non vi è mai capitato, allora tenetevi forte perché vi capiterà. Questa si chiama inadeguatezza. Se poi mi chiami, creativo o no, una volta che ho capito il problema, prima di dirti la soluzione… devo farti il prezzo. Magari là fuori c’è qualcuno che lo fa a un prezzo meno di quello che ti ho proposto, tipo il solito sempre-presente nipote. Se scegli lui, da quel momento, cara azienda, caro imprenditore, son cazzi tua! Se scegli me, invece, è probabile faccia peggio 🙁

Di converso, ho imparato anche a pensare a uno scenario non perfetto, in cui Internet non è certo lo stregone capace di fare SEMPRE il miracolo: a livello di business, a livello di marketing, a livello di viralità. Il fallimento è contemplato, soprattutto quando si parla di creatività. Solo che in Italia siamo poco abituati al fallimento, quello puro, quello che lascia lezioni, quello che capisco-e-ho-pagato.

E ancora. Il problema è la visibilità che molti continuano a spacciare per moneta virtuale. Tale “visibilità” è però giustificata da quel famoso potere rincoglionente di cui sopra. Paradosso: una piccola percentuale di lavori deve/può effettivamente essere svolta per sola visibilità. Sta alle strategie e all’intelligenza del creativo capire quando è il momento opportuno (momento economico, ovviamente).

Creativo de che?

Ma creativo de che? Chi è il creativo? Esiste una definizione? Una patente di creatività?

Pare la vecchia questione hacker: nessuno dei VERI hacker si è mai definito tale. Anzi, negli anni ‘70 girava la teoria che chi si autoproclamava hacker non lo fosse poi per nulla.

La creatività non è una scienza. Usa le scienze per esprimersi, in realtà. Non è soltanto un mero fattore estetico. Può rasentare la consulenza più tecnica. Può confondersi con la normalità: i creativi più creativi sono semplici, eppure a quella soluzione semplice, quindi efficace, l’azienda non era arrivata. In tal caso la creatività si paga. In molti casi la si paga a peso d’oro proprio per l’efficacia. Così come è vero che la creatività va pagata comunque, considerando che un professionista/creativo ha dedicato ore di lavoro a un progetto.

Proprio le ore di lavoro, a volte, rappresentano uno strano dato per misurare gli euro da inserire in fattura. Idiozia di dimensioni enormi. Quanto ho faticato potrebbe non essere sufficiente a giustificare la “visibilità”, così come potrebbe essere sufficiente a giustificare il mio compenso.

Creatività vuol dire preparazione, conoscenze, competenze. Preparazione, conoscenza, competenza non necessariamente portano alla creatività: questa va cercata, allenata. Spesso è la noia e i sentimenti più negativi che portano alla creatività. Indipendentemente se mi sono annoiato e/o preparato, il lavoro creativo si paga. Quindi #coglioneNO.

Creatività, questa sconosciuta e quello che conosco io

Ora, cosa caspita è questa creatività?

Io non l’ho capito. So solo che spesso associo tale termine a un logo tirato fuori dalle 2 alle 5 di notte, perché poi di mattina c’è la riunione per la costituzione di un gruppo di lavoro in cui si lascia tutti a bocca aperta sul risultato prodotto. So solo che spesso l’associo a un’azienda nata davanti una granita al bar, partita col supporto delle sole idee e di tantissime ore di lavoro, composta da tre non laureati under 30 (uno poi riuscirà a chiudere l’università, nel frattempo) e capace di raggiungere un ottimo successo senza le risorse che oggi le start up chiedono. So solo che spesso l’associo a un modo davvero innovativo di affrontare i tremendi problemi del lavoro, riuscendo pure a regalare sorrisi e uno star bene di cui c’è tanto bisogno in questo periodo.

So pure che siamo in quello che si chiama mercato del compratore: ci sono tanti creativi in giro, tanti soggetti disposti a proporre lo stesso servizio, a vendere lo stesso bene. In tal caso il vantaggio è del compratore, anche dovesse scegliere il nipote che “per 50 euro mi fa tutto”. Starà alla sua intelligenza capire la diffenza fra un professionista e un’altra cosa.

So pure che il termine è equivalente ormai al jazz. Quando non sai cosa è… allora è jazz. O creatività. Vale tutto e non vale nulla, intanto “son creativo”.

Quindi, quali soluzioni?

Nelle mie esperienze da consulente tento sempre di educare il cliente, anche spiegandogli quanto ho combinato e con cosa ho lavorato, quali idee e quali strumenti ho scelto. Per il semplice fatto che il cliente è il mio miglior alleato e l’unico in grado di valorizzare il mio lavoro. Colui che deve anche pagarlo e quindi, in molti casi, conviene spendere ore in più per fargli capire cosa si è tirato fuori, fra prodotti, servizi e perfino semplici idee.

In questo scenario si inseriscono i fenomeni che di spiegare il proprio lavoro non ci pensano per niente.

Ora, di fenomeni il mondo è ormai pieno. Dal calcio al Web, tutti diventano fenomeni. Basta inventarsi una cazzata, presentarla bene et voilà sei guru, sei campione, sei creativo. Da lì in poi, aprioristicamente, vali tanto e – peggio – vali sempre. Quasi a essere l’unico possessore della verità assoluta, respingendo qualunque tentativo di dibattito, di discussione. Questa supponenza comincia a essere insopportabile, anche perché alimenta uno strano circuito di piccoli creativi.

Senza contare che spesso si lega la parola “creativo” al solo mondo digitale e questa è una bugia e una falsità e anche una vergogna nel paese del food, del fashion e del manifatturiero.

L’eccellenza è l’obiettivo di tutti, ma raramente è raggiungibile. Di certo la raggiungono in pochi, altrimenti non si chiamerebbe più eccellenza.

L’unica verità

Ognuno difende la propria posizione, ognuno difende la propria dignità. Con i propri mezzi, le proprie risorse, le proprie forze. Qualcuno può fregiarsi del titolo di creativo a priori. Altri preferiscono il vecchio metodo della sana umiltà, testa bassa e pedalare. Altri ancora alternano momenti creativi a momenti meno creativi.

Di certo c’è che – indipendentemente da creativi e non creativi – il mondo è cambiato. Tanti parametri sono stati ribaltati, alcuni abbattuti. Laurea e non laurea, certificazioni e non certificazioni, patenti e non patenti. Probabilmente siamo a un punto tale in cui conviene misurare solo l’efficacia e le idee (insieme alla capacità di metterle in pratica), senza titoli, nobiliari o professionali che siano. “Voglio uno stipendio consono ai miei studi o a ciò che mi sento dentro”“: ecco, dimostralo cazzo!

Resta vero solo un punto: non si lavora gratis. Qualunque sia il lavoro.

Resta vero anche un altro punto: non bisogna approfittarsi di chi lavora. Il che vale per il creativo di turno (vero o presunto che sia) e per il committente (inadeguato o furbo che sia).

Teniamo gli occhi bene aperti e il cervello acceso.

Per fortuna i furbi colpiscono la parte più debole e sensibile della popolazione: i coglioni (stavolta sì!). E lo fanno nei modi più creativi (stavolta sì!).

P.S. La campagna per la campagna

Avrei voluto non scrivere su questo argomento. Non cito i tre ragazzi che non hanno colpa. Semplicemente la campagna creata è eccezionale, sulla scia di un’altra cazzata nata e cresciuta sui social e partorita dai possessori assoluti e supremi della creatività.

La campagna colpisce e continuerà a colpire l’obiettivo: ottenere visibilità per chi l’ha creata. Solo per chi l’ha creata. E conferma i paradossi della comunicazione, i paradossi della nostra società. Furbi o non furbi, loro l’hanno creata. Tu (che probabilmente sei creativo) no. Non ti incazzare, abbia pazienza. Come gli hashtag che uso su Facebook: #nontelaprendere

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