I numeri crudi di Internet, fra social e nuova comunicazione

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La diffusione di Internet giustifica e indirizza la scelta di alcune aziende nel pianificare l’uso di determinati strumenti. Siamo in piena era dell’informazione, profetizzata da Manuel Castells, forse neppure immaginata da chi, anni fa, scriveva di tecnologia etichettando il tutto come fantascienza.

Resta la forza propulsiva dei nuovi mezzi di comunicazione, che hanno sbaragliato schemi e paradigmi, costrigendo a una impetuosa ricerca dell’optimum comunicativo.

Ok tutto, ma i numeri?

Mi sono divertito a spulciare dati non aggiornati, giusto per capire a che punto eravamo un po’ di mesi fa. Anche per giustificare alcuni piani di progetto che mi vedono penna in mano e dita sulla tastiera, ora di un documento di testo ora di fogli di calcolo.

Le percentuali di Internet

Internet, due anni fa, veniva utilizzato dal 62% degli italiani. Dodici anni fa il numero registrava solo il 27,8%, con buona pace della diffusione dell’ADSL nelle case italiane. Senza contare che l’Internet Mobile era ben altra cosa rispetto ad adesso (basti considerare l’assenza pressoché totale di smartphone e tablet). Se ripenso ai primi anni di università in cui il GPRS erodeva gran parte delle mie attese fra un click e l’apparizione delle pagine Web…

Ma andiamo più nel dettaglio. Fra le persone cosidette istruite (con un diploma o una laurea), il dato di penetrazione sfiora il 91%. Vale a dire: non essere presenti su Internet, vuol dire non esiste proprio e imperdirsi di poter raggiungere una fetta così considerevole di decisori (decisori d’acquisto, decisori informativi, decisori influenzatori, e via così). Mi viene da pensare allora agli stili e ai toni che guidano le pubblicità e la comunicazione in genere di istituzioni e aziende. Mi viene da pensare al senso di distacco che provo tuttora per certi brand o certe istituzioni. Mi torna alla mente la mia riflessione di quanto potrebbe cambiare davvero la politica se solo accettasse il cambio di regole avvenuto in tutta la società moderna.

E i social? Gli italiani iscritti al social network blu (leggi Facebook) erano il 49%, poi passati al 66,6%: aumento considerevole, al netto delle ragioni dell’iscrizione e della frequentazione. Fra i giovani la percentuale è dell’80%. Lasciamo perdere Twitter, le cui dinamiche di gioco non sono pienamente comprese dalla maggioranza degli iscritti, con l’alto tasso di iscritti-non-partecipanti.

Con i soli numeri di Facebook, penso a tutte le aziende consumer oriented, penso a chi si sta effettivamente rivolgendo a questo target di pubblico e che disdegna ancora l’ottimizzione di contenuti e campagne su Facebook, o sui social in generale. E non trovo valida risposta se guardo questi numeri.

Le statistiche si fanno sorprendenti se si analizza un certo segmento della popolazione: gli anziani. Questa categoria buona per i regali di compleanno e per tenere i nipotini, ma così importante nell’economia di un Paese sempre più vecchio. L’ascesa verso l’alfabetizzazione digitale sembra avere avuto migliori effetti sugli anziani, rispetto a supponenti politici (leggi Gasparri) o gente cosidetta istruita (manager e capi d’azienda d’improvviso nudi davanti a Facebook o a blog). E qui chiudo l’argomento.

Ma cosa fanno queste persone sul Web?

Leggono, si informano, cercano e acquistano libri. Se la carta ha evidenziato un evidente calo, la stessa cosa non si può dire delle testate online i cui numeri di lettori (almeno) è in costante aumento. E se era poco più del 40% il numero di italiani che leggeva almeno un libro all’anno, si sono registrati interessanti incrementi di acquisto/lettura con l’avvento degli ebook.

Interagiscono e parlano fra di loro. Parlano delle marche anche in assenza delle marche. Stabiliscono regole e contenuti, in una democratica gara a concedere o acquisire viralità, presenza, autorevolezza, reputazione. Le azienda, a questo punto, non ha più scelta: se vogliono partecipare, devono prima imparare a conoscere le regole, quindi più che dominare la discussione, incoraggiarla, promuoverla, mediarla con opportuno equilibrio e adeguata educazione. Pena l’esclusione, la perdita di quel famoso concetto di brand awareness tanto caro agli esperti di marketing e, di più, ai manager.

Alcune aziende sembrano aver recepito perfettamente il messaggio. Ma questo lo vediamo solo nel prossimo articolo.

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