Smartwatch: ma che me ne faccio? Soluzioni e limiti

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L’anno degli smartwatch. Era dai tempi di KITT e Michael Night… ma ora c’è Apple e non solo. Non dimentichiamoci infatti la posizione di Samsung che sembra voler dare battaglia alla mela con Galaxy Gear.

Per arrivare al cuore degli utenti servono però grosse operazioni di marketing, e strategie in grado di scatenare l’emozione e quel famigerato impulso-all’acquisto che più di una volta ha fatto la differenza negli ultimi anni. Perché quando parli di progetti riferiti agli smartwatch, ciò che succede è che senti la stessa maledetta domanda:

Ok, ma cosa me ne faccio di uno smartwatch?

E’ la primissima domanda che la gente ti pone quando gli racconti che – magari – stai sviluppando un po’ di app, ora per Pebble ora per un altro brand. Tecnologia wearable, la chiamano. Di fatto, è un altro dispositivo pervasivo tramite cui rimanere in contatto col mondo iperconnesso del digitale. Però questa descrizione è ancora carente di dettagli.

Che me ne faccio?

L’hardware è solo l’inizio della storia. Sull’hardware c’è già abbastanza movimento e concorrenza. Quindi è chiaro che la storia si svilupperà (è già così!) in un nuovo ecosistema di app.

Al contrario degli smartphone, stavolta, le limitazioni sono evidenti: niente tastiera, e schermo più piccolo, fra le maggiori preoccupazioni. Ma niente paura. Perché la partita verrà giocata sulla scena dei sensori e delle tecnologie di prossimità, alla caccia del servizio location based o delle più perfide strategie di lead generation per attirare l’utente prima, attivarlo poi.

Lo smartwatch ha bisogno di un tablet o di uno smartphone per connettersi alla rete. Da solo fa poco. Qui deve concentrarsi la creatività di chi sta scrivendo i concept delle app, nel tentativo di mantenere intatta l’armonia fra le tre tipologie di dispositivo che indosseremo. Senza introdurre complicazioni di interazione o, peggio, introdurre un livello intermedio fra l’informazione che vogliamo e i dispositivi da cui dobbiamo passare prima di accedere finalmente all’informazione stessa. Faccio l’avvocato del diavolo: davvero saresti più felice di controllare prima l’orologio, poi lo smartphone che si trova a qualche metro di distanza da te?

Social media e pagamenti? Qualcuno è pronto a scommetterci. Io nutro qualche dubbio, ma la storia dell’evoluzione tecnologica ha smentito ogni dubbio emerso, per cui resto vigile su questi argomenti ed evito di rileggere questo pezzo quando qualcuno avrà scritto un altro pezzo di storia della tecnologia.

Piuttosto trovo significativo investire nello smartwatch come principale vettore di geofencing. All’interno di uno store per esempio, o di ogni altro spazio chiuso (o all’aperto) dove voglio mettere in pratica politiche di data intelligence, physical analytics e indoor monitoring. O forse sono io che sono troppo innamorato dei progetti scritti in materia iBeacon e vedo ovunque applicazioni di marketing di prossimità.

Smartwatch: applicazioni per healthcare

Le applicazioni più interessanti degli smartwatch riguardano il settore healthcare. Sensori e monitoraggio.

Senza contare il capitolo healthcare, ossia la tecnologia che diventa strumento di misurazione del benessere di chi la indossa. Anche qui Apple si sta muovendo molto, probabilmente bene, con HealthKit. A tutti questi progetti verrà sicuramente aggiunta una formidabile dose di gamification.

In fondo, si tratta di un semplice orologio. Cosa che non ho mai portato in vita mia. Dunque, il settore intero avrà successo quando vi mostrerò uno smartwatch sul mio polso.

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